Oscar Piovosi, artista reggiano di S. Polo d’Enza, ha iniziato a dipingere ed esporre dalla prima metà degli anni ’70, poi dopo un lungo periodo durante il quale ha fatto altro, ha ripreso i pennelli per produrre le cose di quest’ultimo decennio.
Per colpa di un’etichetta che Oscar aveva appiccicata addosso, “ pittore dei clowns”, devo ammettere che , in passato, è stato da me colpevolmente trascurato. Devo spiegare. Sono sempre stato fortemente prevenuto nei confronti di quegli artisti che per comunicare arte, si servivano dei clowns, perché la consideravo una facile e comoda scorciatoia per arrivare ad esprimere sentimenti attraverso una serie di stereotipi codificati.
Poi ho avuto modo di conoscere in maniera più approfondita i quadri di Piovosi. Nei suoi clowns, il pesante trucco di scena non cancella mai completamente la reale espressione del soggetto, evidenziando e distinguendo sempre la doppia personalità, autentica e forzata, i sentimenti reali e quelli pesantemente caricaturali. Poi ci sono le maschere, che considero un elegante pretesto per inserire nella sua pittura un felice tocco di metafisica. Nel dipingere la figura umana, Oscar Piovosi cerca sempre di rendere palese la disinvoltura posturale senza forzarne la naturalezza, queste figure devono dare l’idea che possono anche muoversi in caso di necessità. Poi c’è il ritratto. Una vera e propria trappola per quegli artisti che non vanno oltre la ricerca di una somiglianza somatica. Oscar segue due strade : o penetra all’interno del soggetto attraverso lo sguardo, oppure lo coglie in uno dei suoi atteggiamenti abituali, da tutti riconoscibili.
Paesaggi e nature morte. Le descrizioni sono sempre puntuali, rigorose, facilmente riscontrabili, anche se Oscar non vuole mai rinunciare, lodevolmente, a fare pittura oltre la mera rappresentazione della realtà, trovando le soluzioni in quell’immenso patrimonio che impressionisti ed espressionisti ci hanno lasciato.
La parte dell’opera di Piovosi che trovo più interessante è l’attuale ricerca di andare oltre i canoni sicuri e collaudati della pittura tradizionale, utilizzando inquadrature fotografiche, prospettive forzate, tagli decisi dei primi piani per evidenziare quelli seguenti, a tutto vantaggio di una composizione nella quale la distribuzione dei volumi può diventare ardita e antiaccademica, pur restando armonica e stimolante.
Quel tipo di pittura che, per comodità, definiamo neofigurazione, ma che non fa altro che seguire i dettami del “buon dipingere”.

Emanuele Filini

“Il viaggio”, Galleria comunale L’Ottagono, Bibbiano, Reggio Emilia, Agosto 2010