Oscar Piovosi, sebbene sia un pittore figurativo, nelle sue opere trascende dall’immobilità concettuale del soggetto: in ogni suo dipinto è presente un richiamo alle forme metafisiche dell’esistenza, alle abitudini, alla routine da cui attinge a piene mani istanti di “folklore” scoprendo con l’occhio dell’osservatore attento, attimi consueti, ormai invisibili nel corso del trantran quotidiano raccontato dall’artista con un didascalismo oggettivo che nasconde però significati molto profondi.
Le figure di Oscar appaiono contornate in maniera assai definita, quasi come le mele di Cézanne, rendendo così il contorno stesso il confine entro cui la figura “esiste” e viene percepita in senso reale, mentre gli altri elementi dell’opera implodono in un secondo piano e nello sfondo restituendo al soggetto una forte identità semantica.
Un’identità che trascina con sé le peculiarità proprie dell’individuo e che lascia intravedere una sorta di menage quotidiano. Il “viaggio” è frutto pittorico della sua ultima ricerca artistica e sociale con cui Piovosi affronta temi introspettivi e di analisi che si svolgono entro le geografie urbane di strade, stazioni, aereoporti e in quelle geometrie umane in cui uno dei lati di questi elementi poliedrici diviene l’amico, spesso lo smartphone, talvolta qualcosa che in alto viene indicata con le dita dalla folla ritratta.
Poeticamente, ma non solo, l’artista lascia spazio alla fantasia dello spettatore per immaginare un aquilone o un deltaplano; oppure che, l’uomo che sulle spalle porta il suo bimbo, sia una moderna iconografia di sacra “maternità”.
Ma non è importante questa ricerca del significato a tutti i costi, bensì è importante divenire noi stessi spettatori di quell’invisibile esistenza di tutti i giorni che abbiamo la possibilità di guardare in senso metafisico e oltre quel dito stesso che indica, gli invisibili soggetti rappresentati.

Sergio Carrivale, Aprile 2014

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